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RASSEGNA STAMPA DEL 17 DICEMBRE 2005
Daniele Orsini

       
       Anche oggi i titoli principali che compaiono sulla stampa araba riguardano la commissione internazionale incaricata di indagare sull'omicidio di Rafiq al-Hariri, le elezioni in Iraq e quelle in Palestina, con rispettive influenze sulla situazione di questi due Paesi.
       Partendo dal primo argomento, il quotidiano libanese al-Mustaqbal parla della nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (la 1644) e di come questa è stata accolta. In particolare, per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, si prende in considerazione soprattutto la posizione degli Stati Uniti. "A Washington, il portavoce del Ministero degli Esteri, ha ribadito che il suo Paese è 'soddisfatto della decisione, da parte del Consiglio di Sicurezza, di estendere missione della commissione internazionale d'inchiesta fino al 15 giugno 2006'. Inoltre ha affermato che "il governo siriano non può trovare nessuna fonte di soddisfazione nella risoluzione di ieri (l'altro ieri)". Dopo aver fatto notare che "negli ultimi 18 mesi il Consiglio di Sicurezza ha emesso 5 risoluzioni contro la Siria (non si è mai visto una simile relazione tra l'ONU e un qualsiasi altro Paese)", l'articolo tocca anche gli altri due punti fondamentali contenuti in questa progetto presentato originariamente dalla rappresentanza francese: il primo è l'estensione delle competenze della commissione d'inchiesta fino ad abbracciare anche altri crimini accaduti in Libano, senza limitarsi all'uccisione dell'ex primo ministro; il secondo, invece, consiste nel dare vita ad un tribunale internazionale che giudichi tali misfatti. "Secondo il ministro della Giustizia Charles Rizq, il Consiglio di Sicurezza si è accordato sue due principi: quello di un tribunale internazionale e quello consistente nell'allargare le competenze della commissione di inchiesta, lasciando al Segretario Generale Kofi Annan, in collaborazione con il governo [libanese], il compito di stabilire queste ulteriori funzioni".
       Restando sempre nel Medio Oriente, un'altra scena a cui il mondo sta prestando ancora più attenzione e in cui gli Americani fanno sentire ancor di più la loro voce è sicuramente quella irachena. Continua infatti lo spoglio dei voti riguardanti le elezioni parlamentari svoltesi giovedì 15 dicembre. La testata al-Quds al-Arabi, a tal riguardo, si sofferma sulle (tutto sommato) poche irregolarità durante le votazioni, sulle accuse rivolte dagli Americani contro l'Iran e sui primi accenni di risultati parziali. "Venerdì il capo delle forze americane in Iraq, il generale George Keisey, ha accusato l'Iran di aver interferito nelle elezioni irachene e di cercare di influenzare la formazione del nuovo governo. In una conferenza stampa tenutasi a Baghdad ha affermato: 'Non ho prove concrete, ma il nostro intelligence ci ha informato che gli Iraniani hanno investito consistentemente nei partiti politici del sud del Paese che sostengono l'Iran. Credo, inoltre, che essi cercheranno ancora di influenzare la formazione del nuovo governo nel corso delle prossime settimane, allo scopo di ottenerne uno che possa essere al servizio degli interessi degli iraniani stessi'." Nel frattempo, comunque, lo scrutinio dei voti continua. "Risultati non ufficiali di venerdì indicano un vantaggio della Coalizione (sciita) per l'Iraq Unito in cinque regioni meridionali e della lista dell'alleanza del Kurdistan nelle tre regioni curde del nord". Tuttavia, l'attesa prima di vedere i risultati è ancora lunga (si parla di almeno un paio di settimane), mentre aleggia il sospetto che queste elezioni non si siano svolte del tutto correttamente. Infatti, sebbene la commissione di vigilanza sulle votazioni abbia parlato di procedimento sostanzialmente corretto, un suo esponente "in una conferenza stampa tenutasi a Baghdad venerdì pomeriggio, ha riconosciuto che ci sono state alcune irregolarità durante la campagna elettorale e durante le elezioni stesse. Inoltre ha ribadito che il numero di denunce presentate da diverse entità politiche ha raggiunto quota 178 e che tali proteste hanno riguardato soprattutto infrazioni durante la campagna elettorale, consistenti nello strappare striscioni e manifesti di candidati e in intromissioni illegali e violente da parte della polizia, dell'esercito e degli impiegati della commissione. In aggiunta a ciò, ha affermato che tre commissioni, composte da avvocati, uomini di legge e membri della commissione hanno studiato queste proteste allo scopo di prendere decisioni salde al riguardo".    
       Nel frattempo, però, rimane forte l'attenzione anche per quanto riguarda l'ambito militare e della sicurezza. E sebbene quanto segue (tratto ancora da al-Quds al-Arabi) non sia attinente con le votazioni in sé e per sé, è comunque una notizia curiosa, oltre che naturalmente grave. "Venerdì un eminente responsabile del Ministero degli Interni iracheno ha affermato che l'anno scorso la polizia irachena aveva arrestato il leader di al-Qaida in Iraq Abu Musab az-Zarqawi, ma che poi l'aveva rilasciato senza riconoscerlo". Tuttavia, "il rappresentante del Ministero dell'Intelligence (…) ha ribadito che az-Zarqawi non potrà resistere ancora a lungo alla cattura. E' vero che questa volta è riuscito a farla franca, ma la prossima lo cattureremo e lo presenteremo alla giustizia, affinché sia giudicato per tutti i crimini che ha commesso contro il popolo iracheno".
       Intanto, anche il popolo palestinese è alle prese con un processo elettorale accompagnato, anche e soprattutto fino alla fine di gennaio, da divisione e accesi dibattiti politici. La testata palestinese al-Quds riporta nei dettagli le cifre dei risultati ancora non totalmente definitivi, ma sul cui verdetto non sembra esserci più alcun dubbio. Il movimento fondamentalista islamico Hamas ha riportato infatti vittorie schiaccianti nelle principali città della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, facendo esplodere la gioia dei suoi sostenitori e dei suoi votanti soprattutto a Jinin, dove "ieri il movimento di Hamas ha organizzato una marcia popolare per festeggiare la vittoria della lista delle riforme e del cambiamento, facente riferimento al movimento stesso. Essa, infatti, ha ottenuto 8 seggi all'assemblea del comune di Jinin". Questa manifestazione è stata marcata anche da discorsi di importanti personalità, tra i quali uno, in particolare, riassume lo spirito e l'ideologia di Hamas in queste elezioni. "Nel suo discorso Khalid Said ha dichiarato che il successo della lista islamica dimostra la voglia di riforme e di cambiamenti da parte del popolo palestinese. Ha confermato, inoltre, che il movimento rimane saldamente ancorato ai suoi principi, ai suoi obiettivi e al suo desiderio di partecipare con tutti alla liberazione, alla lotta, alla ricostruzione e alla democrazia, riaffermando infine quanto sia importante che le elezioni legislative si svolgano nella data prevista".
       Anche il quotidiano al-Hayat mette in prima pagina la questione palestinese, ma, invece di analizzare le elezioni statisticamente, tratta delle cause e delle conseguenze di simili risultati e dei retroscena di queste elezioni. Innanzitutto, sembra quasi che questo successo di Hamas sia ridimensionato. "La vittoria di Hamas rimane un grosso punto interrogativo, soprattutto perché gli ultimi sondaggi palestinesi hanno mostrato che "Fath", nella corsa verso le elezioni legislative, è avanti di molto rispetto a questo movimento fondamentalista. Senza contare che, inoltre, Hamas non ha riportato questa vittoria schiacciante nelle altre tornate delle elezioni comunali, nonostante la vasta rete di servizi sociali che esso ha fondato e che accrescono la sua popolarità". Cos'è che ha determinato quest'inversione di tendenza, quindi? Una risposta potrebbe essere la seguente: "Secondo gli osservatori, il fattore decisivo che ha fatto vincere Hamas è il momento in cui tale votazione è avvenuta. Infatti, proprio in questi giorni si è infiammata la lotta interna allo stesso Fath tra due schieramenti", ossia quello della cosiddetta "nuova generazione" guidata da Maruan al-Barghuthi e quello della "vecchia generazione", alla cui testa c'è il presidente Mahmud Abbas. "Come conseguenza di questo conflitto, i gruppi e le organizzazioni che compongono Fath si sono impegnati in questa lotta interna lasciando campo libero a Hamas, il quale ha dato sfoggio di un elevato livello di organizzazione. A ciò si aggiunga che la perdita da parte di Fath di alcune delle sue più importanti roccaforti in Cisgiordania rientra in generale nel prezzo che questo movimento deve pagare per colpa degli errori dell'Autorità Palestinese e delle organizzazione armate, le quali continuano a causare solamente disordine dopo aver, tra le altre cose, attaccato alcune postazioni della commissione elettorale. Senza considerare che i leader di questo movimento sono anche coinvolti nell'accusa di corruzione". Insomma, le condizioni in cui versa l'Autorità Palestinese, poggiata proprio sul partito Fath, e i risultati visti finora, fanno presagire una lotta elettorale accanita e uno scenario tutt'altro che roseo, almeno per l'Autorità stessa. "In queste condizioni, l'Autorità si trova di fronte a due scelte, l'una delle quali è amara. Da un lato si potrebbero posticipare le elezioni, ma questa decisione sarebbe contrastata dalle fazioni palestinesi e potrebbe portare ad una guerra civile. Dall'altro, si potrebbe scegliere di proseguire con le elezioni e con il processo democratico e rischiare di perdere nei confronti di Hamas, il che causerebbe, a sua volta, un cambiamento per quanto riguarda la scena politica palestinese, il destino dei rapporti con la comunità internazionale e con Israele e il futuro del processo di pace". Intanto, questo improvviso successo di Hamas sta già avendo i suoi effetti sullo stesso Stato israeliano: "Israele si è affrettato a dichiarare la sua preoccupazione per un'eventuale entrata di Hamas nell'Assemblea legislativa e ha cominciato a studiare delle misure per migliorare la situazione dell'Autorità Palestinese, come ad esempio la liberazione di un certo numero di prigionieri". 
       E' una situazione molto complicata, quindi, e non c'è dubbio che se ne continuerà a parlare non solo durante le settimane che separano il popolo palestinese dalle elezioni di fine gennaio, ma anche dopo questa importantissima tornata elettorale.             

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