Palestina... il cuore del problema
Iyad Abu Shaqra
Asharq al-Awsat
03/07/2006
Vi siete stupiti della premura con cui l'amministrazione americana ha difeso "il diritto di Israele ad autodifendersi"? Quale altro commento ufficiale vi aspettavate da parte americana riguardo le operazioni israeliane nella striscia di Gaza, messe in atto di risposta all'attacco della resistenza islamica che ha provocato l'uccisione di due militari e la cattura di altri tre?
Personalmente non mi stupisce, visto che l'interesse strategico nei confronti di Israele è una politica ufficiale costante impiegata da Washington nel corso delle diverse presidenze.
Durante Guerra Fredda, la posizione dichiarata degli Stati Uniti era quella di garante dell' "equilibrio" strategico tra Israele e i suoi nemici arabi. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica e l'ascesa degli Stati Uniti a leader incontrastati del mondo, si è sentito il bisogno di continuare ad usare la parola "equilibrio" in un mondo in cui un "equilibrio" non c'era più: Washington è stata ben attenta a mantenere la "superiorità" israeliana sulle forze militari arabe (ovviamente... qualora fossero presenti!!).
Ebbene sì, il legame tra Washington e Israele non si tratta né di "amicizia", né di "necessità comuni", né tantomeno di "attenzione da entrambe le parti alla questione delle libertà e dei diritti dell'uomo" ecc ecc.
Israele è il pilastro fondamentale della politica americana in quella regione, il secondo polo di cui tiene conto nel valutare le forze in gioco e gli interessi, nel momento in cui a Washington vengono prese le decisioni.
Chi la vede diversamente non riesce o si rifiuta di capire la natura di questo legame; una volta presa coscienza di questa realtà bisogna interpretare il clima politico generale in Medio Oriente per capire quale sia la linea più valida da seguire: queste parole sono state ripetute tanto da perdere il loro significato.
Già dalla guerra del 1948 era chiara la debolezza degli arabi di fronte ai loro nemici: questa debolezza c'è tutt'ora, indiscriminatamente tra i moderati disposti a sottoscrivere qualsiasi accordo sotto qualsiasi segno e tra i resistenti che continuano a non trovare neanche tra loro una strategia omogenea che sia credibile nei confronti della resistenza popolare nelle terre palestinesi e fuori.
Così, mentre i due schieramenti non capiscono cosa serve per impedire di essere trascinati in competizioni sbagliate, Israele continua ad essere la "potenza" della regione, non perché sia il paese dei prodigi e dei miracoli, e nemmeno perché goda dell'appoggio illimitato dell'America e dell'Occidente: il motivo è la sua situazione interna che, nonstante le contraddizioni, è più forte di quella araba che la circonda. C'è poi da aggiungere che se il mondo arabo è socialmente e culturalmente "all'avanguardia", esso non lo è di certo politicamente e militarmente.
E qui ricordo le parole di Amil Habibi, il defunto letterato palestinese comunista che viveva in Israele: "L'israeliano non è Superman... ma se noi siamo indietro è perchè diamo l'impressione di sottometterci al nostro mondo arabo e di accontentarci di esso".
Nella guerra del 1948 scoprimmo per la prima volta la nostra arretratezza dopo esserci illusi di essere diventati paesi indipendenti che avevano ormai superato la fase del colonialismo. La disgrazia della Palestina ci spiega come arabi i nostri problemi attuali e quelli che stanno per arrivare.
Trad. Cecilia Fazioli