Le guerre arabe non sono finite e l'ultima non è ancora iniziata
Mahmud al- Ramìhì
Al- Hayat
11/10/2006
Avete mai notato che le guerre che continuano ad infiammarsi o che sono sul punto di scoppiare e che investono l'intera carta geografica mondiale rischiano di limitarsi alla regione araba? E avete mai riflettuto sul fatto che portavoce della maggior parte di queste guerre sia il mondo arabo, e che nel momento in cui le diverse guerre sono finite si trovano nel mondo dei nuovi pretesti (per continuarle)? Dagli Stati dell'America del sud ai Paesi dell'Africa nera? Non è forse questo un motivo di stimolo, di ricerca e un pretesto per porsi delle domande?
Alcuni ottimisti ritengono che gli Stati Uniti desiderino diffondere una certa "democrazia" in questa regione, e che questa tendenza renda rovente il campo di battaglia in nome di un "caos costruttivo".
Tuttavia, quello che si percepisce sono guerre che generano altre guerre fra gruppi di "tribù" incapaci di convivere tra loro nell'unico territorio arabo. Si tratta sia di scontri frontali che di guerre sostitutive che si scatenano per procura. La conseguenza di questo è palese: c'è una guerra in Sudan che si rinnova secondo diverse modalità, ora nel Sudan meridionale, ora nel Darfur e forse in altri nuovi territori dal momento che il Sudan è uno Stato ampio. Allo stesso modo ci sono guerre in Somalia, si tratta di guerre dimenticate come del resto la stessa Somalia è un luogo che spesso si dimentica appartenere all'area geografica araba; c'è poi la guerra spietata in Iraq, in questo caso non c'è neppure un giustificazione per chiarirne i motivi, tuttavia rischia, senza esagerazioni, di divenire una reale guerra civile. Inoltre, c'è una guerra imminente in Libano, si tratta di una possibilità reale e che sarà per sua natura, probabilmente molto vicina ad una guerra civile; dopo di questa scoppieranno altre guerre che colpiranno anche la Siria, o a causa della sua vicinanza con il Libano o a causa del divampare di una nuova guerra israeliana e c'è la possibilità di una guerra nel Golfo provocata dalla lotta contro il prestigio e la forza iraniana nella regione.
Tutte queste guerre e i loro capi sono arabi, e benché la nozione (di arabo) si sia ampliata sono per la maggior parte musulmani.
Siamo tutti in un territorio di guerra rovente, una guerra si scatena, ci si prepara ad una guerra, un'altra è sotto le macerie ed un'altra ancora viene progettata.
L'aspetto evidente è che le ultime guerre finiscono con il presentare i loro motivi a dei tribunali per i crimini di guerra o ad una commissione di inchiesta che si addentra nelle cause e nelle conseguenze, eccetto per le guerre arabe, qualunque sia l'uccisione e la distruzione di beni; nonostante tali guerre abbiano portato perdite, spesso i loro autori ne escono "trionfanti"!.
Alcuni ingenui si domandano: perché tutte queste guerre si scatenano nel nostro territorio così ricco di petrolio e che richiede logicamente una certa stabilità in modo da far defluire senza ostacoli tale ricchezza verso i paesi industrializzati? In altre parole, l'ingenuo si interroga sul perché l'ipotesi che la stabilità stimoli il commercio sotto molteplici aspetti sia vera nella forma, ma poi, alla fine le guerre stimolano un commercio più redditizio, che non arreca ai popoli alcun tipo di sviluppo benché lo desiderino. Questo commercio è il commercio di armi. Forse alcuni si sorprendono che dall'inizio della recente guerra in Libano tra Hezbollah ed Israele siano aumentate le attività e le operazioni commerciali effettuate; si tratta di operazioni commerciali di armi verso gli Stati del territorio, e si stima che si tratti di milioni di dollari, come indicano i calcoli pubblicati.
Qual'è il danno in questo, se da loro queste operazioni fanno muovere l'economia, mentre da noi ammazzano i corpi degli uomini e permettono l'impiego di molte più persone di quante se ne siano stimate in pochi anni?
Le guerre arabe o in prossimità del territorio arabo in passato hanno mostrato come ciò che le accomuna sia la mancanza di una coscienza ragionevole che sogni l'esistenza di un nuovo Stato e la diffusione di democrazia nel suo senso più ampio; si tratta di una mancanza non soltanto del potere ma ben più generale. Infatti, c'è un sostegno reciproco fra ciò che desidera la totalità e quello che vogliono i governanti. Questo conduce a qualcosa che somiglia alla guerra dei 70 anni in Europa; in altre parole davanti a noi c'è un lungo decennio di guerre, di guerre civili fino a che diventerà evidente (ai nostri occhi) quello che è già evidente agli altri, che le guerre sono inutili per tutto ciò che si intende con questa parola, le armi non risolvono i problemi, specialmente quelli nazionali, e tutte quelle guerre civili o che sembrano civili appaiono come un tentativo di nascondere mancanze ed insuccessi dei gruppi razziali, ideologici e regionali nella costruzione di uno Stato paritario.
In questo ambito nessuno prevede che le motivazioni delle prossime guerre si piegheranno parzialmente alla ragionevolezza; la prossima guerra americana e iraniana non sarà certo il risultato dell'obbedienza alla logica e al buon senso, e neppure la prossima guerra libanese lo farà, sarà una guerra civile più atroce e distruttiva di quelle avvenute in Libano fino ad oggi e non c'è guerra in Sudan che sia vicina ad una risoluzione, anzi è vero il contrario. È probabile e logico che queste guerre aumenteranno la violenza e condurranno alla distruzione della patria in nome della sua liberazione, ma le giustificazioni sono già pronte, l'intelligenza araba comune ripaga la sua logica attraverso i suoi slogan.
Non ho dimenticato la guerra civile attesa da un momento all'altro in Palestina, guerra in cui i palestinesi si affrontano l'un l'altro fino alla distruzione. Tutti piangono sull'unità nazionale sciupata e sulla perdita della Palestina che segue i rimbombi degli spari e il fracasso delle esplosioni, il mare degli assassini tra i compagni e i nemici; la Palestina è in una perenne stato di ristrettezza.
Il fenomeno va ben oltre un singolo Stato ed abbraccia più di una questione. La traiettoria storica rifiuta con forza ed ostinazione il ricorso all'intelletto e al giudizio ragionevole. In sostanza questa mentalità ha bisogno di una certa razionalità e di un certo realismo per arrivare a costruire sulle rovine delle aggregazioni razziali, sociali e confessionali un nuovo Stato basato su interessi limitati.
Avranno gli arabi la capacità di intraprendere questo cammino dopo aver maturato esperienze in campo mondiale e con il bagaglio di conoscenze acquisite dagli avvenimenti storici e dai loro insegnamenti, o tale cammino sarà soltanto una scelta di alcuni? La realtà è che tale situazione è stata rafforzata da una mancanza di rispetto per le istituzioni o da una mancanza delle istituzioni stesse, si tratta di una educazione che favorisce la forza rispetto all'intelletto ed esalta l'immaginazione rispetto alla realtà, che appoggia la tirannia ed il controllo in modo tale da preservare la saldezza dei rappresentanti e delle guide storiche; un'assenza di leggi e la repressione del pensiero altrui accompagna tutto questo.
In un'atmosfera come questa bisogna aspettarsi che le guerre arabe interne ed esterne continueranno con modalità e motivazioni diverse, e che la palude del Medio Oriente arabo sarà immolata a luogo devastato, a deserto intellettuale e pragmatico in cui le parole non escono senza essere accompagnate dalla forza ingiusta e dalla logica dei vincitori e dell'egemonia.
Trad. Serena Ficara