La malattia delle uccisioni
Alì Ibrahim
Asharq al-Awsat
13-12-2005
L'umanità si sorprende di questa strana malattia che caratterizza il Medio Oriente rispetto al resto del mondo. Si tratta della strana ostinazione di servirsi di uccisioni, esplosioni, rapimenti e stragi per raggiungere i propri scopi. Questa malattia mediorientale esiste da secoli. Si può manifestare in modi diversi, con slogan e giustificazioni differenti, che cambiano con il passare del tempo, con le ideologie e con i governi, ma i mezzi rimangono gli stessi.
Per quanto riguarda la stampa, il Medio Oriente non è carente di episodi che rendono continuamente occupati i media con notizie per lo più negative e sanguinose. Non passa giorno senza esplosioni da un lato, uccisioni e rapimenti dall'altro. Ma mentre in alcuni episodi la responsabilità del crimine è evidente e riconducibile a correnti fondamentaliste, in altri casi lo è meno. Appaino in alcuni casi comunicati di organizzazioni di cui si sente parlare per la prima volta e che servono per rivendicare la responsabilità di un crimine, come è accaduto per l'uccisione di Rafìq Harìrì, e ieri per quella di Gibran Tueni. La maggior parte di queste rivendicazioni o organizzazioni immaginarie hanno come obiettivo quello di mascherare la realtà o di coprire altri problemi.
Gibran Tueni, ucciso ieri, si aggiunge alla lista delle persone che hanno dato la loro vita per la libertà dei loro paesi. La causa del suo assassinio va ricercata in due punti: il primo di tipo giornalistico, in quanto responsabile di uno dei più importanti giornali libanesi (...) il secondo di tipo politico, in quanto deputato dell'opposizione con idee chiare e sentite. È probabile che coloro che lo hanno ucciso, abbiamo deciso di assassinarlo per il suo lavoro giornalistico, dato che la sua voce era forte e influente e per rivolgere un messaggio intimidatorio, di terrorismo ai restanti membri dell'opposizione e specialmente ai giornalisti. Tueni è infatti la seconda personalità, all'interno dello stesso giornale, a essere vittima di un'uccisione, eseguita seguendo la stessa procedura usata per Samir Kassir.
Lo stesso Tueni, quando si rifugiò a Parigi con altri politici libanesi dell'opposizione, aveva parlato dell'arrivo di informazioni in cui si riferiva che il suo nome era sulla lista delle uccisioni in Libano. Per questa ragione era andato via da Beirut ed è rimasto in Francia per un periodo, prima di tornare un'altra volta nel suo paese - assieme ad altre personalità nella lista degli assassinii - per seguire le proprie attività e interessi.
La notizia dell'autobomba che ieri a Beirut ha ucciso Tueni è arrivata in un momento particolare, nel giorno in cui il Consiglio di sicurezza ha ricevuto il rapporto della commissione d'inchiesta internazionale sull'uccisione di Hariri. Ciò ha posto molti interrogativi che vanno in direzioni diverse. Quello che è certo è che questo assassinio rappresenta una perdita importante per il mondo politico e della stampa libanese. Con l'uccisione di Gibran hanno perso un grande giornalista e un deputato impegnato e di alto livello.
Lontano dai labirinti teorici che si spingono in tutte le direzioni e che parlano di cospirazioni cosmiche, la cosa certa è che in Libano c'è chi conosce chi sta dietro la serie di esplosioni e di uccisioni che caratterizzano questa strana ostinazione, o per lo meno, chi muove i fili che portano a uccidere. Non si può credere che, da quando è stato ucciso Hariri, i servizi di sicurezza e di intelligence non abbiano saputo niente. Quello che si racconta va comunque contro la loro reputazione e la loro credibilità. Infine, qualunque sia stato il sangue delle uccisioni e delle esplosioni, (...) la gente è stanca di questi atti che portano soltanto morte.
Trad. Serena Ficara