La Bhutto inaugura la stagione degli interventi mirati
Jamil Theyabi
al-Hayat
02/01/08
Il terrorismo prevarrà in Pakistan? Scoppierà la Guerra civile? Gli attentatori suicidi e le macchine cariche di esplosivo di diffonderanno nelle strade del Pakistan? Le tensioni politiche potranno giustificare assassini e atti terroristici? L'assassinio di Benazir Bhutto è preludio di conflitti che infiammeranno le vie del Pakistan? Il Paese si muove in direzione di un nuovo stato di emergenza? Qual'è il futuro del processo elettorale? Il Pakistan è sull'orlo di un'ennesima serie di morti ? L'assassinio della Bhutto mirava deliberatamente a lasciare il Pakistan nel caos?
Tutte queste domande sono legittime per tutti coloro che hanno seguito l'evoluzione politica del Pakistan nel 2007 che si appresta a finire. Domande che devono essere fatte e per le quali è doverosa una risposta.
Il mondo osserva il Pakistan timoroso che questo stato possessore della bomba nucleare possa trasformarsi in un territorio di conflitto e che assassini e cospirazioni diventino all'ordine del giorno a causa delle faide tra leader.
Che la Bhutto non fosse al sicuro dal tradimento e dal terrorismo era chiaro sin dall'attentato subito al ritorno dal suo esilio in Karachi lo scorso Ottobre, un attentato preannunciato a gran voce dai suoi sostenitori.
Sembrava improbabile che i suoi oppositori, radicali e non, le avessero permesso di tornare alla normalità, come leader del parlamento o del governo, specialmente considerando la donna forte e coraggiosa che era. Aveva dato inizio alla sua opposizione chiedendo a gran voce che i Generali fossero esclusi dal processo decisionale, richiedendo un maggior controllo delle scuole radicali dei Talebani, rifiutando di concedere ai partiti politici il possesso delle milizie armate.
Benazir Bhutto aveva molti nemici ma ancor più amici e sostenitori. Più importante ancora nei confronti dei suoi nemici è stata la portata di un processo che minava alle fondamenta l'importanza di cui gode a livello islamico, militare e nucleare e il culminare delle tensioni in una regione già martoriata dai conflitti.
Benazir, figlia di Sind, figlia dell'Est o figlia del Destino come si faceva chiamare, non era una donna comune. Era determinata, incarnava doti da leader, rappresentava una minaccia per i suoi oppositori. E' stata forse assassinata dai suoi avversari nella speranza di indebolire lo spirito democratico del Pakistan e riportare il Paese ad un clima di violenza.
Benazir, figlia di aristocratici, si è difesa strenuamente dalle accuse di corruzione che le erano state rivolete. Esiliata a Londra, ha combattuto come donna libera per la nazione che le scorreva nelle vene. Vittima della sua resistenza e della sua capacità di difendere i principi della democrazia, della giustizia e dell'uguaglianza. Assassinata mentre ancora lottava dopo aver dato nuova forza al valore e al concetto di sacrificio in nome della propria nazione.
Nel momento in cui i media hanno diffuso la notizia dell'assassinio della Bhutto, mi sono subito tornate in mente le scene di morte degli attentati in Libano che hanno impregnato le strade con il sangue dei suoi leader a partire da quello del Primo Ministro Rafiq al-Hariri e chi dopo di lui. Immagini che si mischiavano con quelle dell'attuale Pakistan. Cosa succederà? Dove si arriverà? Seguirà le orme del Libano e dei suoi conflitti politici, economici e militari? Immagini di proteste e accuse capaci di distruggere ogni cosa al loro passaggio. Come per gli altri la mia peggior paura è che il Pakistan e i suoi abitanti precipitino in un baratro causato dal crescente numero degli oppositori, dei radicali e dei Talebani.
Penso che la Guerra civile in Pakistan sia improbabile ma il numero di assassini e atti terroristici che colpiranno i leader sicuramente si intensificherà. Ciò porterà il Paese a perdere il controllo della politica. Questo è il vero pericolo specialmente in un Paese nucleare come il Pakistan.
Il Presidente del Pakistan dovrà ora affrontare pesanti responsabilità. Dovrà ripulire i cocci, leccare le ferite, prendere precauzioni e aspettarsi il peggio cercando di gestire con il pugno di ferro coloro che sostengono la legge della giungla. Dovrà inoltre porre fine alle campagne che minacciano l'unità nazionale spingendo il Paese sull'orlo dell'abisso. Solo così Pervez Musharraf potrà sconfiggere il terrorismo, garantire la scomparsa di ordigni esplosivi e portare alla vittoria di un forte e stabile Pakistan.
Trad. Giorgia Rocco