Il voto delle donne in Kuwait: ci può essere democrazia quando c'è emarginazione?
Rola Dashti
Questo articolo ci è stato inviato da Rola Dashti, attivista per i diritti civili e candidata politica alle prossime elezioni in Kuwait.
Perché le donne sono state private dal partecipare al processo politico in Kuwait per così tanto tempo? Perché sono state emarginate dalla vita pubblica? L'Islam è stato utilizzato per rafforzare le donne o per privilegiare l'uomo? La cultura e la tradizione sono state un ostacolo per l'attivismo e il progresso della donna? Un'analisi del movimento suffragista femminile può offrire alcune risposte a queste domande.
Per quaranta anni le donne in Kuwait hanno combattuto per i loro diritti politici. Questa battaglia è terminata con successo il 16 maggio 2005, quando è stato garantito loro il voto.
Il Kuwait per cinquanta anni ha investito in modo cospicuo e senza discriminazioni nel capitale umano, offrendo ai suoi cittadini a prescindere dal sesso educazione e prevenzione sanitaria gratuite. Ma per quanto riguarda la vita politica, la donna fino a oggi ne era stata bandita. Gli uomini, invece, hanno sempre avuto il diritto di votare, di candidarsi, di ottenere posizioni ministeriali e di partecipare al processo decisionale del paese.
Perché quindi la donna è stata emarginata dalla vita pubblica? Percepiamo la donna come il pilastro della prosperità, dello sviluppo, della libertà e della democrazia. Quando il movimento femminile è iniziato in Kuwait quaranta anni fa, i fondamentalisti islamici si sono uniti con i tradizionalisti per limitare e minimizzare il ruolo della donna e terrorizzare ogni membro della società che sosteneva tesi diverse dalle loro. Secondo gli integralisti, infatti, il ruolo che si addice a una donna è la casalinga-sottomessa: rimanere a casa, crescere i figli, fare le pulizie domestiche ed essere anche la serva del marito, con il pretesto che ciò sia parte dei precetti religiosi. Le donne che contraddicevano questi principi erano terrorizzate psicologicamente e socialmente. Questo è quello che è accaduto a tutte noi attiviste per aver voluto e volere un ruolo pubblico e politico per le donne.
Per una società chiusa come quella del Kuwait, il terrorismo sociale e psicologico è paragonabile a quello armato, se non peggio. Le donne erano spaventate e accusate nel nome dell'Islam di andare contro la religione, di essere blasfeme, anti-patriottiche, spie dell'Occidente, distruttrici della società, contro la famiglia e promotrici dell'omosessualità e dell'adulterio. Eravamo continuamente e selvaggiamente attaccate soltanto perché volevamo che le donne fossero coinvolte in politica e che fosse garantito loro il diritto costituzionale al voto, a partecipare alle elezioni nazionali e nel processo decisionale.
Gli estremisti islamici sono riusciti a compiere attacchi prepotenti e atti di terrorismo sociale nei confronti delle donne, strumentalizzando l'Islam per ottenere l'appoggio delle masse generalmente tradizionaliste e conservatrici con una nozione della religione limitata. Gli slogan dei fondamentalisti inneggiavano al modo in cui l'Islam rispetta il ruolo della donna e su come gli estremisti fossero i protettori del genere femminile per evitare che diventasse un oggetto sessuale. Ma in realtà, queste parole sono state utilizzate dagli islamisti per nascondere la loro incapacità di accettare la donna come partner nello sviluppo e nella costruzione della democrazia e per rafforzare lo sciovinismo maschile nella società.
Ma le donne del Kuwait hanno dimostrato determinazione, volontà e perseveranza. Hanno rifiutato di permettere agli estremisti islamici di emarginarle, di limitare le loro libertà e di controllare il loro pensiero e destino. Le donne del Kuwait hanno risposto alle provocazioni e affermazioni degli estremisti, esponendo i loro falsi pretesti islamici e le loro posizioni ideologiche e ipocrite. Le donne hanno finalmente avuto una vittoria storica contro l'ideologia dell'estremismo islamico e del terrorismo.
Ci si può però chiedere se la pressione sulle donne sarà in futuro meno opprimente per poterr permettere loro di focalizzare le proprie energie e gli sforzi per diventare participanti attive della vita pubblica e politica. In questo modo il processo democratico avrà più spessore. Ma sfortunatamente ciò non è semplice. Le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) affrontano oggi questa sfida.
Due venti differenti spingono le due aree in diverse direzioni. Il primo è quello della distruzione ovvero dell'estremismo islamico, caratterizzato dal modo fondamentalista di pensare, dal terrorismo come maniera di risolvere i conflitti e la chiusura dello stile di vita. Il secondo vento è quello della speranza dei liberali: la libertà come maniera di pensare, il dialogo e la pace per risolvere i conflitti e l'apertura nel modo di pensare. Il vento che prevarrà dipende da come noi cittadini agiremo e ci prenderemo le nostre responsabilità.
Questo è pertanto un appello a coloro che vivono nelle due aree e cercano un futuro migliore per i loro figli. Ciò sarà possibile se faremo soffiare insieme il vento della speranza nella regione Mena.