IL PROCESSO A SADDAM HUSSEIN
nella stampa araba
Daniele Orsini
Un evento storico. Così è stato definito da più parti il processo a uno dei più famosi dittatori del ventesimo secolo, l'uomo che forse come nessuno altro suo omologo ha lasciato, o meglio sta ancora lasciando, tracce molto forti della sua presenza perfino dopo la sua caduta. Sicuramente è anche uno dei processi più attesi, a quasi due anni dalla sua cattura e dopo una prima apparizione davanti ad un giudice nel luglio del 2004. Ma di chi si sta parlando? Chi è questo Saddam Hussein e cosa ha caratterizzato la sua lunga esperienza da dittatore, durata ininterrottamente per 25 anni? Eccolo presentato, molto sommariamente ma incisivamente, in un articolo preso da "Dar al-Hayat": "L'uomo che ha criticato la competenza e la legittimità del tribunale è colui che deteneva nelle sue mani il destino di tutto e tutti. Un semplice sospetto era sufficiente per scatenare la sua rabbia. Metteva in moto le macchine di morte per sterminare una persona, una tribù o una località. Bastava che il 'signor presidente e capo' prendesse una decisione e l'esercito si muoveva per cancellare i confini internazionali, eliminare uno Stato ed inglobarne un altro. Chi ha seguito l'udienza ieri ha potuto sentire un debole pianto e un urlo profondo. L'uomo che si ostina a chiedere che siano mantenuti i suoi diritti costituzionali in qualità di presidente dell'Iraq è l'uomo dei record, almeno nella nostra regione. A nessun altro a parte lui è stata concessa la possibilità di scatenare due guerre che hanno distrutto masse di persone e ricchezze spaventose. A nessun altro è stato concesso tanto tempo per intarsiare la terra del suo Paese di fosse comuni e creare schiere di vedovi, di orfani e di gente che ha perso i propri figli. Quest'uomo si è distinto per una fame eccezionale. Quindi le accuse dell'autorità, del partito, dell'esercito e del petrolio partono dal fatto che furono concessi pieni poteri ad un impostore che la storia ha inviato per compiere una missione fuori dal comune."
Eppure, a questa personalità unanimemente considerata come carnefice e dispotica sono anche riconosciuti dei meriti, veri o supposti; oppure, in alternativa, le sue colpe vengono per lo meno "attenuate" di fronte a quelle altrui, come si legge in "al-Arab": "Saddam Hussein sarà stato un dittatore (…), ma è pur sempre un membro di una comunità islamica umiliata; anzi, si può anche dire che la comunità islamica si ritrova in questo momento in quest'uomo avvilito e imprigionato. Essa è stata colpita ripetutamente dalle frecce del nemico e dai pugnali dei traditori oppositori e mercenari; essa è al giorno d'oggi processata, nella figura del presidente deposto, dal più grande dittatore del mondo, il quale governa il sesto impero della storia umana, un impero fondato sulla menzogna, sulla falsificazione della verità, sull'estorsione delle ricchezze della gente e sullo schiacciamento delle loro identità in nome della libertà". In quest'altro articolo, invece, ripreso di nuovo da "Dar al-Hayat", si riprende un mito riguardante l'ex dittatore e sottolineato soprattutto dai nazionalisti arabi: "La sua è sì l'immagine di un tiranno, ma egli si è opposto con coraggio e fermezza all'ostilità che gli Stati Uniti, odiati fino al midollo dagli Arabi, hanno scatenato contro un Paese arabo e musulmano nell'ambito di ciò che un'ampia fetta dell'opinione pubblica araba percepisce come un assalto organizzato contro di loro, contro i musulmani e contro l'islam". Tuttavia, sempre nello stesso articolo, questa figura viene clamorosamente smentita: "Le politiche di Saddam Hussein costrinsero all'imposizione di sanzioni terrificanti sull'Iraq e lo costrinsero ad accettare la presenza di ispettori che godevano di un'autorità superiore a quella nazionale, il che non si è mai visto tranne che in una situazione di occupazione militare. Saddam non aveva altra scelta, sia nel 1991 sia nel 2002: o il farsi da parte o la resa. Invece egli decise di sacrificare l'Iraq per mantenere il suo potere. Preferì essere un leader traditore per non lasciare l'autorità ad un governo nazionale. Accettò di aprire l'Iraq a degli ispettori stranieri, mettendo illimitatamente nelle loro mani i segreti della sua sicurezza nazionale. Questo è stato il suo grande tradimento, del quale dovrebbe essere accusato".
Insomma, le colpe di cui è accusato Saddam, seppur presentate finora in maniera assai generica, sono numerose e terribili, come la storia insegna. E' giunto quindi il momento che egli ne risponda davanti ad un tribunale, il che è già qualcosa di positivo quanto insolito. Questo viene fatto notare da un articolo tratto dalla stessa testata: "Questo è il primo presidente arabo che può essere processato dal suo popolo con una lunga lista di accuse che non comprende tutto ciò che egli ha commesso. L'occupazione lo ha fatto cadere ed egli è in tribunale grazie ad essa, altrimenti sarebbe già stato ucciso da tempo. Questo è il primo presidente arabo che viene processato, non solo per i suoi crimini, ma soprattutto perché egli ha fatto male i suoi conti, ha sbagliato nelle sue sfide all'estero, non è riuscito, come altri, a contenersi ed è caduto in trappola o, in altre parole, nella 'scatola' di cui finora hanno parlato gli Americani". Questo fatto, così insolito e che sembrava impensabile fino a pochi anni fa, inevitabilmente suscita ottimismo e speranza in qualcuno. Addirittura, l'autore di un articolo pubblicato su "as-Sharq al-Awsat" parla di "primavera araba" mentre discute degli stravolgimenti che stanno avendo luogo non solo in Iraq, ma anche in Palestina e in Libano: "Le scene degli Iracheni e dei Palestinesi mentre votavano all'inizio del mese e dei libanesi mentre manifestavano in migliaia a causa dell'uccisione di Rafiq al-Hariri ci si è messi d'accordo nel chiamarle 'primavera araba'; questo termine è dovuto alla maniera con cui si è sollevata una discussione riguardo ai cambiamenti nel mondo arabo. Con l'apparizione di Saddam Hussein davanti ai giudici e la presenza di nomi di siriani e libanesi ricchi e potenti sulle pagine del rapporto Milhis possiamo dire che questo mese di ottobre è l'inizio di un autunno arabo in cui gettiamo il vecchio e allestiamo il nuovo".
Tuttavia, questa visione positiva è il classico caso isolato in un panorama che, viceversa, trabocca di pessimismo e critiche. Ciò è dovuto, innanzitutto e inevitabilmente, al contesto nazionale in mezzo al quale questo processo si svolge: "Gli oppositori al processo si basano sul fatto che esso si sta svolgendo all'ombra dell'occupazione, sotto la quale migliaia di persone sono state massacrate e l'economia è stata devastata. Inoltre, sono sorti in seno all'Iraq i germi di una guerra civile ormai prossima, guidata da elementi settari e nazionalisti, mentre altre diramazioni regionali vogliono far esplodere l'Iraq o per motivi storici o per interessi provenienti da più parti (ar-Riyadh)".
Restando sempre in tema, un interrogativo che più persone si sono posto è perché il processo sia stato fatto iniziare pochi giorni dopo il referendum sulla costituzione e in concomitanza con l'annuncio dei suoi risultati. In quest'articolo tratto da "Dar al-Hayat" troviamo un'interpretazione su cui vale la pena soffermarsi: "Il processo di ieri è giunto al momento opportuno per coprire l'empasse del referendum costituzionale, il cui "scrutinio" non sembrava necessario se non dopo la segnalazione di problemi concernenti i risultati della regione di Ninwa, problemi che è necessario curare per 'far trionfare' la costituzione. E forse il tribunale ha fatto sorgere nella mente di chi aveva ancora delle illusioni riguardo a questo statuto l'idea che esso abbia dei difetti e delle pecche". In quest'altro pezzo ripreso da "al-Quds al-Arabi", invece, troviamo un'altra giustificazione: "Questo processo si prefigge di realizzare due obiettivi fondamentali: il primo consiste nell'umiliare gli Arabi nella persona del presidente iracheno, il secondo nel distogliere gli sguardi degli Iracheni dalla loro realtà dolorosa e drammatica sotto l'occupazione americana".
La situazione del Paese, non servirebbe neanche più ribadirlo, è insomma disperata e lo stesso Saddam, come fa notare il medesimo giornale, potrebbe cercare di migliorare la sua immagine approfittando di questo caos che, guarda caso, prima della sua destituzione da parte degli Americani non c'era, seppur a causa dei mezzi sanguinosi che tutto il mondo più o meno conosce. Quindi, tenuto conto di questo contesto drammatico e inappropriato, c'è chi ritiene che il processo avrebbe dovuto essere internazionale e quindi tenersi all'estero, come nel caso dell' ex presidente serbo Slobodan Milosevic ("Dar al-Hayat") o che, se proprio non si poteva altrimenti, perlomeno bisognava posticiparne l'inizio per non farlo coincidere con i risultati del referendum, che già in sé e per sé ha gettato ulteriore benzina sul fuoco per quanto riguarda le tensioni all'interno del Paese. "Non sarebbe stato meglio posticipare l'inizio del processo a dopo le elezioni parlamentari e dopo aver incluso le obiezioni dei Sunniti ad una costituzione che questi ultimi ritengono non ci sia molta speranza di cambiare? In tal senso il processo di Saddam Hussein non sarebbe stato un altro perno su cui costruire il consenso o un qualsiasi progetto di accordo nazionale che adesso sembra sempre più lontano, visti gli errori delle autorità e le atrocità del terrorismo? ("Dar al-hayat")".
Ecco quindi un altro "difetto" di questo processo: esso potrebbe essere un ulteriore motivo di frattura fra le diverse fazioni ed etnie dell'Iraq, come testimoniato simbolicamente da un atto vandalico consistente nel distruggere la statua del califfo abbaside, ovviamente sunnita, Abu Ja'far al-Mansur. La spiegazione simbolica di tale gesto è riportata dal quotidiano saudita "al-Watan": "Questo gesto ha in sé un grande significato simbolico, specialmente nell'ambito di ricostruzione di un nuovo Iraq che qualcuno vuole che sia sradicato dalle sue radici arabe e islamiche. Coloro che hanno distrutto il monumento - il quale non era né utile né dannoso - hanno voluto far arrivare un messaggio importante in base al quale l'Iraq di oggi non sarà più storicamente arabo e islamico; secondo questo messaggio, inoltre, il processo di Saddam isolerà l'Iraq dal suo ambiente arabo e lo disgregherà dalla sua storia islamica. Chi ha commesso questo gesto, che sia l'intelligence occidentale-sionista o qualcun altro, ha dimenticato che chi ha scelto questo simbolismo per paragonare la storia araba-islamica all'oppressione e la dittatura ha collegato la distruzione della statua del fondatore di Baghdad, il califfo arabo e musulmano Abu Ja'far al-Mansur, con l'inizio del processo di un presidente iracheno arabo accusato di aver ucciso e di essere un dittatore". Un presidente, inoltre, che ha fatto la sua parte nel creare questa spaccatura tra la popolazione, come riporta "Dar al-Hayat":: "Saddam Hussein ha tradito l'Iraq e tutta la comunità islamica, in senso politico, quando ha distrutto nelle sue ripetute avventure i principali valori di una rinascita che era possibile. In questo ambito rientra anche il modo con cui ha suscitato l'odio tra le fazioni e le etnie del popolo, fino al punto da lasciare il Paese in una situazione di guerra civile latente". Non bisogna stupirsi, quindi, di quanto rivela il giornale "al-Arab" a proposito di un dossier della CIA del 1985: da un lato, infatti, "i servizi di intelligence americani non sapevano come influire su di lui e spingerlo alle dimissioni, ma speravano che cadesse tramite un colpo di Stato dall'interno". Dall'altro, però, essi nutrivano i seguenti timori: "L'intelligence americano si accorse molto velocemente che la destituzione di Saddam Hussein avrebbe scosso la stabilità tanto da arrivare allo smembramento del Paese. (…) Coloro che avrebbero preso il potere dopo di lui probabilmente non sarebbero stati in grado di mantenere un'autorità severa e qualunque regime successivo sarebbe sfociato in confronti fra le diverse fazioni. (…) Una guerra interna di questo tipo avrebbe potuto facilitare l'avvento di un regime islamico fondamentalista fino ad arrivare ad un'autorità appoggiata dall'Iran. Inoltre, un'altra analisi scritta nel 1993 riguardo Saddam Hussein affermò che la sua eliminazione sarebbe stata possibile in tre anni, ma in quel caso i curdi avrebbero potuto cogliere l'occasione per dichiarare la loro indipendenza, mentre probabilmente gli sciiti del sud avrebbero intensificato la loro ribellione".
Insomma, restando sui difetti di questo processo, non si può certo dire che esso sia propriamente esemplare, stando a quanto letto finora. E le sue falle non finiscono neanche qui. Innanzitutto, si fa notare come l'ex tiranno sia stato incriminato solamente di un crimine, il quale, per quanto atroce sia, è di gran lunga meno grave rispetto ad altri che egli ha ordinato di commettere, oltre a quello del "grande tradimento" presentato precedentemente nell'articolo tratto da "Dar al-Hayat". Una spiegazione la si trova in "al-Quds al-Arabi": "Coloro che stanno processando il presidente iracheno hanno scelto il crimine di Dagil avvenuto nel 1982, in cui furono uccise circa 150 persone accusate di essere coinvolte con esso [con il tentato assassinio di Saddam perpetrato proprio in quella cittadina, N.d.T.], perché è il più semplice in fatto di preparazione delle prove e dei testimoni. Ma costoro e soprattutto gli Americani non si ricordano che questo delitto accadde mentre l'alleanza tra il regime del presidente Saddam e gli Stati Uniti Uniti era al massimo. Allora non sentimmo o leggemmo una sola parola di condanna da parte dell'amministrazione americana nei confronti del regime iracheno e ciò per una ragione molto semplice: quest'ultimo, infatti, era entrato in guerra contro l'Iran, con un esercito la cui maggioranza schiacciante era composta da sciiti gelosi della loro patria e della loro identità araba". E il rancore esistente tra Washington e Teheran, dopo l'instaurazione della Repubblica Islamica e la crisi degli ostaggi americani nella capitale iraniana nel 1979-1980, allora era un elemento dominante nelle relazioni internazionali coinvolgenti il Medio Oriente.
Quindi, tanto per cambiare, gli Americani svolgono la loro parte e sono coinvolti non solo in questo processo, ma anche nella dittatura vera e propria. Le rivelazioni di quest'articolo, però, non finiscono qui. "Centomila iracheni sono stati uccisi negli ultimi due anni nel corso della spedizione americana, e forse sono stati il doppio durante la prima guerra, nel 1991. Ebbene, l'uccisione di costoro è lecita solo perché l'assassino è americano? Le milizie che hanno compiuto i crimini di pulizia etnica in Iraq, nelle regioni sia sunnite che sciite, non hanno delle guide, alcune delle quali occupano alcune delle posizioni principali nel nuovo Iraq? Se Abu Musab az-Zarqawi è un fuori legge, che possiamo dire dei capi della milizia Badr, la quale ora rappresentano il pilastro principale dell'esercito iracheno, commettendo rapimenti ed uccisioni in nome del governo attuale? Se ci spostiamo al nord curdo, di cui è originario il presidente iracheno Jalal Talebani, abbiamo il diritto di chiederci se le sue mani sono macchiate del sangue di migliaia di curdi morti nella sua guerra contro la loro autorità, assieme al suo ex antagonista, ora alleato, Masud al-Barzani? E la stessa cosa vale per quest'ultimo. (…) Dove sono i patrimoni segreti del presidente iracheno [deposto] e della sua famiglia? Dove sono i suoi superbi fratelli? Dove sono i miliardi che ha depositato all'estero a nome suo e dei suoi figli? Anzi, dove sono i suoi figli? E abbiamo il diritto di chiederci dei soldi e dei patrimoni dei governanti del nuovo Iraq, che essi hanno raccolto in meno di due anni e che hanno poi depositato all'estero? Quando i ladri cambiano, la refurtiva appare".
E' palese quindi come questo processo non sia affatto privo anche di risvolti politici, il che, a detta di osservatori anche occidentali, dovrebbe assolutamente essere evitato. Tuttavia, in un altro articolo pubblicato da "Dar al-Hayat", il quale fornisce un'ulteriore spiegazione del perché i giudici si sono limitati ad accusare l'ex presidente della strage di Dargil, si legge: "Il desiderio di umiliare ha prevalso sul modo professionale di trattare l'accusato, per ciò che era e per ciò che rappresentava. Forse questa è la maniera ingegnosa ideata dagli Americani per allontanare il processo da qualsiasi discussione politica. Questa è cioè una politicizzazione "al contrario"; si politicizza il fatto di privare l'accusato di tutte le qualità politiche che aveva, praticava e gestiva in politica interna ed estera, anzi specialmente in quella estera. Tuttavia Saddam, che lo si voglia o no, è stato un presidente dell'Iraq, e in questa maniera lo hanno trattato gli Stati Uniti per tutto il periodo in cui faceva loro comodo. Come è finito un criminale alla sbarra degli accusati? Forse questa teoria dell'umiliazione è ciò che spiega "politicamente" perché si è ritenuto opportuno di aprire il processo con il delitto di Dagil, che poi sarà anche quello che lo chiuderà. Il motivo risiede nel fatto che quelle uccisioni furono effettivamente un atto di tirrania pura, erano collegate con la personalità sanguinaria e ostile dell'accusato ma non lo erano chiaramente con una realtà politica ben definita".
Appurati gli aspetti politici di questo processo, quest'ultimo articolo propone anche un tema anch'esso alquanto sensibile: qual è il trattamento che si deve riservare a Saddam Hussein? Lo si deve umiliare o si deve procedere affinché la giustizia faccia il suo corso? Anche qui le opinioni sono contrastanti. Non mancano le voci di rabbia, che appoggiano la prima ipotesi, come in "as-Sharq al-Awsat": "Un mio amico iracheno la cui famiglia è fuggita dall'Iraq di Saddam Hussein quando egli era bambino dice: 'Ciò non basta a eguagliare i dolori che lui e il suo regime hanno causato a tutto il popolo. Immaginate tutte le risorse umane e naturali che sono state usate per i suoi piaceri e per quelli della sua famiglia. Sono contro la pena di morte ma sono pronto a fare un'eccezione in questo caso. Spero che il suo processo, la sua condanna e la sua esecuzione siano in pubblico, affinché possiamo ricordare agli altri tiranni assetati di sangue della fine spaventosa a cui forse andrebbero incontro'. (…) Sono d'accordo con il mio amico iracheno, il quale ha detto che 'Se lo stesso Satana offrisse il suo aiuto agli Iracheni, credo che questi lo accetterebbero'."
All'opposto, si possono leggere appelli affinché la giustizia sia comunque fatta trionfare, come si può leggere in "Dar al-Hayat": "Le vittime di tutto l'Iraq hanno diritto di vedere nell'inizio del processo di ieri l'inizio della loro consolazione legale, dopo tutto ciò che hanno patito a causa dell'arroganza del regime precedente e del suo modo di prendersi gioco della loro vita e del loro destino. Queste loro sofferenze avevano fatto loro dimenticare la presenza di un qualcosa chiamato 'giustizia' in questo mondo. Anzi, per molto tempo hanno avuto la sensazione che questo mondo avesse scelto gli Iracheni tra tutti i popoli per caricarli di tutte le oppressioni, sia che venissero dal governante sia dalle sanzioni delle Nazioni Unite. Per questo speravano e continuano a sperare che questo processo sia un tentativo di restaurare la giustizia e la considerazione verso di essa". Un altro motivo per volere che la giustizia trionfi risiede nel fatto che una sentenza condizionata dagli interessi e dall'arroganza di questa fazione o di quella parte a discapito di un'altra potrebbe essere l'ennesimo fattore di tensione all'interno della multietnica e multiconfessionale popolazione irachena, come più di una testata fa notare.
Tuttavia, dopo aver considerato il contesto disastroso in cui il processo si sta svolgendo e le influenze che arrivano dall'estero e dall'interno, è inevitabile porsi il seguente quesito: è effettivamente possibile che questo processo e la relativa sentenza siano effettivamente equi? In un articolo di "Dar al-Hayat" si legge: "Il Segretario Generale della commissione per i diritti internazionali Nicholas Ween ha dichiarato che la commissione ha la sensazione che il processo sarebbe stato migliore se si fosse svolto sotto la sorveglianza internazionale. Inoltre ha aggiunto che 'è molto importante che esso sia indipendente e neutrale, per Saddam Hussein e per tutti i responsabili di crimini contro l'umanità'. Tuttavia ha indicato che 'per la commissione non è una sorpresa venire a conoscenza di timori relativi all'indipendenza e neutralità del processo… specialmente perché c'è la partecipazione ravvicinata dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti'".
Insomma, la giustizia di questa procedura è tutt'altro che scontata e vi sono opinionisti che addirittura non esitano a definire questo processo una commedia o una farsa, come è il caso di quest'articolo apparso su "as-Sharq al-Awsat" qualche giorno prima della seduta. "Il processo e ciò che gli sta intorno è tutto una commedia. Gli avvocati giordani di cui non abbiamo più sentito parlare sono una commedia, perché nessuno di loro aveva un dossier o era in grado di arrivare al processo o a un incontro. Gli avvocati dell'accusa sono una commedia perché hanno lavorato in condizioni misere, con stipendi infimi e con possibilità derisorie di svolgere indagini preliminari. Se la data del processo sarà fissata a dopo l'approvazione della costituzione, allora anch'essa sarà misera, immersa nel sangue e anticipata dall'uccisione di novanta iracheni nella regione di Anbar per colpa dei proiettili americani". Altre testimonianze vengono una da "Dar al-Hayat", la quale punta il dito contro "la scarsa esperienza degli avvocati, poiché essi non hanno mai gestito processi simili a questo in precedenza", mentre la seconda ci giunge da "ar-Riyadh" in tono un po' ironico: [Nel processo di Saddam Hussein] sono venuti meno i più semplici mezzi di organizzazione con la scomparsa dell'audio e l'interruzione delle immagini. Perfino l'orario, visto dagli stessi Iracheni come un inganno per nascondere loro i risultati del referendum sulla costituzione, ha fatto sembrare questo processo come una serie poliziesca che finisce con una commedia nera".
A questo punto, giunti alla fine di questa panoramica di reazioni a quello che è stato definito da alcuni "il processo del secolo" (questo ad esempio è il titolo di un articolo comparso sul quotidiano "as-Sharq" del Qatar), che si può dire per concludere? Limitiamoci ad un neutrale "aspettiamo di vedere gli sviluppi", dato che, in un contesto tanto incerto come quello iracheno, fare previsioni è un'impresa alquanto complicata. Quel che è certo, però, è che il processo deve andare avanti, con o senza critiche. Attendiamo la fine di novembre, quindi, mentre nel frattempo chi sta in Iraq continua a morire, con o senza Saddam.