IL DIBATTITO ROVENTE SULLA COSTITUZIONE IRACHENA
La costituzione irachena nei giornali arabi
Daniele Orsini


       Durante il fine settimana appena trascorso la scena mediatica è stata dominata dal referendum in Iraq per approvare o rifiutare la nuova costituzione che già da qualche mese è oggetto di un dibattito quanto mai acceso e che sicuramente continuerà ad alimentarlo anche nei prossimi mesi. Naturalmente, in occasione dell'ora X, sabato 15 ottobre 2005, le testate arabe vi hanno dedicato un ampio spazio, riportando idee alquanto contrastanti che rispecchiano un po' tutto il ventaglio di opinioni e posizioni presenti attualmente in Iraq.
       Tuttavia, tutte le divergenze del mondo non potrebbero eliminare una certezza, attualmente inconfutabile: l'Iraq sta male, anzi sta agonizzando! Questo è quanto si legge in "Dar al-Hayat": "Uno Stato che non si basa sul consenso nazionale tra i suoi componenti (…) non può andare avanti, ma è destinato a consumarsi. Ciò è dovuto non solo alla corruzione smodata o ai furti da parte dello Stato, bensì anche all'assenza del consenso e dell'unità e alla debolezza del principio di cittadinanza, soprattutto in queste condizioni camuffate e innaturali. A ciò bisogna aggiungere il terrorismo incessante, le autobomba e le esplosioni che infliggono danni ingenti ai civili innocenti, l'isolamento, le sempre più consistenti violazioni dei diritti umani e l'accrescimento della tensione fra le varie etnie e fazioni, senza contare l'occupazione militare incessante e la conseguente resistenza contro di essa (…)". Insomma, c'è ben poco di che essere fiduciosi per il futuro, come si nota in quest'altro articolo, tratto questa volta da "al-Sharq al-Awsat": "L'Iraq vive una crisi sia politica che umanitaria e fino a quando durerà l'occupazione e con essa la sofferenza degli Iracheni queste crisi peggioreranno. Le pene del popolo iracheno si uniranno contro l'occupazione e contro coloro che contribuiscono ai suoi progetti politici. Nessun popolo nel corso della storia ha accettato l'occupazione e il popolo iracheno, conosciuto per la sua dignità e per il suo elevato spirito patriottico, non farà eccezione".
       Cosa fare, quindi, per porre rimedio a questa crisi devastante? Questa nuova costituzione può essere un punto di partenza per una rinascita? Qui cominciano le divergenze. In un articolo ripreso di nuovo da "Dar al-Hayat" emerge una certa fiducia in questo nuovo documento: "L'Iraq ora si trova in una situazione di debolezza su cui incombe lo spettro della spaccatura. Se gli Iracheni falliranno nell'approvare la costituzione, la quale mira ad organizzare la nuova fase e a costruire il nuovo Stato, la scissione diventerà ancora più profonda e porterà alla divisione del Paese. Qualcuno pensa il contrario e ritiene che l'idea del federalismo porti essa stessa alla spaccatura dell'Iraq. Diamo avvio a una discussione, se ciò è possibile. Pensiamo per un attimo alla realtà irachena, da un lato con la costituzione e il federalismo, dall'altro con un vuoto costituzionale e senza che ci sia un sistema politico nel Paese. Ebbene, il vuoto è più pericoloso, perché richiede che sia colmato o da parte dell'occupante o da parte della ribellione, dell'estremismo, del terrorismo o delle fazioni regionali intenzionate a sfruttare l'Iraq per i loro scopi ristretti e per i loro interessi strategici. Mettere gli Iracheni in grado di indirizzare il Paese è lo strumento per sbarazzarsi da ogni forma di occupazione e di terrorismo importato da fuori". E sempre nello stesso articolo, poche righe dopo, l'autore ribadisce l'importanza del voto: "Comunque non c'è motivo per ostacolare un processo che potrebbe portare alla fine dell'occupazione, purché sia accompagnato dalla fiducia reciproca ed estremamente necessaria fra gli Iracheni, se non si vuole che il Paese si divida".
       Eppure, come appena anticipato, altri opinionisti la pensano in maniera totalmente opposta e anzi vedono proprio nel federalismo la causa principale per cui questa bozza dovrebbe essere rigettata, il che è chiaramente la posizione dei sunniti. Innanzitutto, ecco come viene percepito questo tipo di ordinamento in questo specifico Paese: "A conferma della democrazia del nuovo Iraq, ci si è inventati un federalismo etnico e settario e non uno regionale. Ogni sistema federale attuale si basa su divisioni geografiche e non sulla composizione culturale, linguistica e religiosa degli abitanti. Se applicassimo questo principio agli Stati Uniti, per esempio, essi sarebbero destinati alla guerra civile e alla frammentazione, considerando che in essi si  trovano minoranze che rappresentano tutti i popoli del mondo. Ciò significa che l'Iraq rimane in una situazione delicata, in cui prosperano questi tre gruppi su cui gli Stati Uniti si ostinano dal 1991 ("Dar al-Hayat")".
       In seguito, ecco le critiche che vengono rivolte ad esso e alla nuova costituzione che, per l'appunto, ne fa uno dei suoi punti fondamentali, ma al tempo stesso più controversi: "Sulle orme di Bremer si parlava di una nuova costituzione e forse la sua fisionomia risonante da sola esprime chiaramente come l'identità che viene proclamata in questo documento non sia quella collettiva. Quest'ultima cancella quanto di buono c'è in esso in fatto di democrazia, di divisione dei poteri in maniera pacifica, di diritti, di libertà pubbliche e private, di principi di uguaglianza e di indipendenza dei giudici, di divieto della tortura e di altro. Questa costituzione, invece di essere un fattore di coesione, di unità e di uguaglianza fondate sul principio della cittadinanza, come è il caso dello Stato moderno e dei principi costituzionali, è diventato un fattore di divisione e di rottura, promuovendo un'identità frammentaria, settaria, etnica, religiosa e quanto altro, a discapito dell'appartenenza nazionale e dell'identità irachena unitaria ("Dar al-Hayat")". Di conseguenza, non mancano appelli accorati alla salvaguardia dell'unità del Paese, come si nota in "al-Arab": "La situazione preannuncia un grave pericolo. La comunità araba si è ripresa, sebbene in ritardo, ma adesso è la comunità islamica che deve risollevarsi e fare qualunque cosa per sostenere la lotta del diritto, dell'unità, della coesione e della continuità con la civiltà e la storia iracheni".
       Tornando alle critiche, queste ultime certo non si esauriscono qui. Anzi, c'è chi va persino oltre e vede in questo documento l'ultimo passaggio verso una guerra civile che, come evidente ormai da tempo, sembra sempre sul punto di esplodere: "Essa potrebbe portare a pericolose complicazioni, soprattutto visto che la guerra civile bussa alle porte dell'Iraq e che quest'ultimo si trova solo alle sue soglie, senza esservi ancora sprofondato. E forse una simile guerra si potrebbe estendere dall'Iraq al mondo arabo e musulmano e in particolare ai Paesi vicini ("Dar al-Hayat")".
       Gli strali riversati nei quotidiani arabi, però, non finiscono qui. Più di un opinionista, infatti, fa notare come un altro difetto di questa bozza risieda nel suo essere un prodotto americano e non il risultato di un consenso fra le varie etnie e fazioni di cui si compone il Paese. Un articolo assai eloquente in tal senso è quello apparso nel quotidiano al-Quds al-Arabi e dal titolo, appunto, "Oggi...si vota sul progetto di costituzione americana": "Se scrivere una costituzione in qualsiasi Paese politicamente stabile non è un'impresa semplice, come sarà stata allora per la costituzione scritta dagli Americani in un Paese che è diventato il crocevia del terrorismo mondiale, secondo quanto essi dichiarano? Non c'è da stupirsi, quindi, che l'amministrazione americana stia soffrendo molto mentre cerca con tutti i mezzi di far sì che l'Iraq voti la sua costituzione, affinché possa realizzare il suo nobile intento umanitario di liberare gli Iracheni dalla morsa dell'arretratezza e dell'ignoranza e di annetterli all'elenco dei Paesi democratici. La difficoltà nel compiere il progetto americano, ossia il voto sulla costituzione in maniera esemplare, non risiede solo nel fatto che l'Iraq sia la sede del terrorismo che mira a colpire la pace e la libertà degli Americani, bensì anche fondamentalmente nei politici americani e negli stessi cittadini iracheni, in particolare per l'immaturità di questi ultimi".
       Insomma, le accuse rivolte a chi ha realizzato questo documento (Americani a parte, si parla degli sciiti e dei curdi, che costituiscono la maggioranza del Paese) sono molto vivaci ed è principalmente per questi motivi, ma non solo, che i sunniti hanno sempre insistito nel rifiutarlo e nel tornare a discuterci sopra, per apportarvi degli emendamenti che, dal loro punto di vista, eviterebbero un simile scenario. Al tempo stesso, però, essi devono fare i conti con due altri problemi: il primo è il loro isolamento rispetto al gioco politico, come si legge in al-Arab: "(...) Essi sentono di essere esclusi dalla realtà politica, di non avere nessun ruolo e di non essere tenuti in considerazione. Ciò rende la situazione ancora più complicata, specialmente a causa della difficoltà di trovare delle soluzioni che aiutino a lasciarsi alle spalle le condizioni attuali e a realizzare il progresso".Tuttavia, secondo un articolo apparso su as-Sharq al-Awsat, chi devono biasimare per questa loro marginalizzazione sono loro stessi visto che, in fin dei conti, essi stessi vi si sono cacciati, proprio con questa loro strenua e inesorabile opposizione. "La seconda fazione [i sunniti, N.d.T.] sta guidando inconsciamente i cittadini verso un numero ancora più alto di problemi e si lasciano sfuggire preziose possibilità di aggregarsi ad attività politiche a loro vantaggio, essendo una minoranza sotto la protezione internazionale e il riguardo delle Nazioni Unite, due cose di cui potrebbe non disporre in futuro. Qualche giorno fa, questi gruppi hanno chiesto come condizione tutto ciò che poi è stato effettivamente modificato, ma quando il loro desiderio è stato esaudito, essi hanno continuato ad opporsi, a minacciare e a lanciare giudici negativi contro i loro oppositori e contro il nuovo progetto. E nonostante io capisca la posizione di alcuni di questi gruppi, i quali hanno scommesso sul cambiamento con la forza delle armi, mi stupisco dell'ingenuità dell'altra parte e della direzione in cui il rifiuto li sta conducendo. Continuare ad opporsi in questa maniera disordinata porterà ad un unico risultato certo, ossia la separazione inevitabile. La separazione soddisfa la necessità dei politici del sud [sciiti] e della maggioranza dei politici curdi, mentre non serve alla popolazione del centro [i sunniti]. E perché vanno in questo senso? (...) Gli oppositori oggi guiderebbero sicuramente l'Iraq alla secessione se dovesse vincere il "no", come essi vogliono, poiché non si trova un'altra soluzione. Ciò inoltre significherebbe che essi  vivrebbero in un deserto arido, meno svalutato della Somalia" (as-Sharq al-Awsat).
       Il secondo problema è la spaccatura che si è creata al loro interno (non a caso un articolo pubblicato da as-Sharq al-Awsat si intitola: "Gli oppositori, gente del dissenso"), quando, pochi giorni prima del 15 ottobre, il Partito Islamico Iracheno ha dichiarato la sua disponibilità ad accettare la costituzione stessa, mentre, al contrario, il Consiglio degli Ulema Musulmani ha mantenuto la sua posizione avversa. Questo improvviso cambio di opinione del Partito viene trattato in questo articolo da al-Arab: "(...) Esso ha reagito appoggiando la costituzione ma inserendovi delle modifiche, sebbene parziali. I suoi membri credono in una riforma dall'interno o, in altre parole, nella possibilità di realizzare alcuni obiettivi modificando alcuni paragrafi della costituzione attuale. E questi cambiamenti non ne toccano l'essenza, ma solo alcune questioni formali. E introducendo questi emendamenti è possibile compiere un importante passo verso la riconciliazione irachena, la quale ormai è diventata quanto mai necessaria. Tuttavia, sembra che queste voci non ricevano l'eco richiesta tra le parti coinvolte nello scenario politico iracheno attuale (...)".
       Insomma, si può parlare di un vero e proprio compromesso con coloro che fin dall'inizio si sono dichiarati favorevoli alla costituzione, ossia gli sciiti e i curdi. "(...) Nel corso dei mesi saranno presentati degli emendamenti su cui si dovrà votare e, se non saranno rifiutati, si tornerà di nuovo a votare per questa costituzione modificata all'incirca a metà dell'anno prossimo ("Dar al-Hayat")".
       Quest'ultima considerazione, però, ha fatto sorgere l'ennesimo interrogativo, il quale, automaticamente, si è trasformato in un nuovo punto di confronto. Se dopo la votazione comunque verranno chiesti degli emendamenti che potrebbero portare eventualmente ad una nuova votazione, quel rush di agosto, con tutte le sue proroghe, per cercare di presentare in tempo la costituzione stessa, è stato inutile? E perché ci si è affrettati tanto per arrivare a quest'obiettivo, nonostante tutti i dissensi ancora in piedi? Due articoli pubblicati anch'essi da Dar al-Hayat sollevano la curiosità: "Il problema della costituzione è diventato vitale per il futuro dell'Iraq, dopo gli errori che hanno accompagnato la sua stesura e la maniera con cui ci si è avventati sul referendum con una velocità non necessaria e con date artificiali". E il motivo di questa fretta risiederebbe, tanto per cambiare, ancora una volta nelle pressioni americane, il che sembra ribadire l'accusa dei sunniti secondo la quale i governanti attuali sarebbero pilotati dagli Stati Uniti: "La legge per la gestione dello Stato nel periodo di transizione, approvata l'8 marzo 2004 da Paul Bremer, allora il governatore civile in Iraq, aveva fissato una data, che sembrava fosse sacra, per ultimare la bozza della costituzione (15 agosto), ne aveva aggiunta un'altra per svolgere il referendum (15 ottobre) e una terza, che non superasse il 15 dicembre, per eleggere un'assemblea nazionale permanente e non temporale né transitoria. Queste indicazioni precise sono contenute nella decisione del Consiglio di Sicurezza Internazionale 1546 emanata nel giugno 2004, alla vigilia del cosiddetto passaggio di "sovranità" agli Iracheni".
       Insomma, questa è la situazione esplosiva che si registra in Iraq attualmente. A detta della maggior parte degli opinionisti, questa votazione non allevierà la tensione, ma potrebbe addirittura acuirla ulteriormente. E nel frattempo, il mondo continua ad assistere ad una crisi che, almeno allo stato attuale delle cose, sembra non avere alcuna via d'uscita.

 
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