E infine un rapporto, non un'analisi
Asharq al Awsat
21/10/2005
Il premier libanese, Fouad al-Siniora, in passato era solito dire: "Nel nostro paese la differenza tra chi sa e chi non sa è di un'ora sola". Non esiste infatti un luogo per i segreti, in un piccolo Stato in cui la chiacchiera è il passatempo preferito e l'utilizzo del cellulare è più alto di qualunque altro popolo. Forse la stampa libanese è l'unica tra quella dei paesi avanzati, che continua a pubblicare editoriali senza citare direttamente nomi e informazioni. Per esempio: "L'ex ministro denuncia l'ex deputato presso l'ex presidente sull'attuale caso finanziario". Questi editoriali non sono nemmeno oggetto di lamentele da parte di chi li legge e al contrario sono i più popolari fra la popolazione.
Oggi si conoscerà il segreto che ha tenuto occupati i libanesi più di quanto li abbia tenuti impegnati sapere quando sarebbe finita la guerra. Ormai i giornali, le televisioni, le riunioni, i bar e in particolare ogni abitazione si sono riempiti di mille versioni contraddittorie, lontane da ciò che comparirà nel rapporto del giudice internazionale, Detlev Mehlis. La stampa vicina al Partito Mustaqbal (di Saad Hariri, ndr) è sempre stata ottimista che il rapporto internazionale farà uscire fuori la verità sull'omicidio dell'ex premier Rafik Hariri, mentre i quotidiani ostili all'investigazione giudicavano stupido il lavoro dei giudici e minimizzavano l'importanza del rapporto, escludendo a priori che Mehlis potesse trovare qualcosa di interessante.
Il Libano ha vissuto queste ultime settimane, facendo il conto alla rovescia al ritmo degli spostamenti del giudice tedesco. Mehlis viaggia, lavora ed è silenzioso. Ma i più importanti giornali tedeschi, negli ultimi giorni, si sono assunti il compito di far trapelare delle indiscrezioni sull'indagine del giudice. L'avvenimento più significativo in questa fase di attesa è sicuramente il suicidio del generale Ghazi Kana'an, ministro dell'Interno siriano. A Beirut, si è scelto di non ritenere attendibile la tesi che si sia tolto la vita, anche perché se venisse confermata danneggerebbe oggettivamente un terreno fertile per commenti e analisi.
In parallelo, il lavoro della Commissione internazionale ha dato l'avvio a un nuovo genere di giornalismo: quello poliziesco. Alcuni dei nostri colleghi sono diventati esperti di acidi, della scienza delle impronte digitali, di quelle vocali e altro. Un altro gruppo parla di Mehlis come se scrivesse dell'investigatore "Poirot". C'è poi un terzo gruppo che ha dato lezioni al giudice tedesco in materia di diritto penale, sul modo di condurre gli interrogatori e quello di scegliersi gli amici.
Questa fase si conclude oggi con la consegna del rapporto al segretario generale delle Nazioni Unite. Da oggi saremo divisi in due schieramenti: uno ringrazierà Mehlis, perché ci ha fatto conoscere la verità o almeno una parte di questa, l'altro lo maledirà, perché di sua iniziativa si è attribuito il ruolo di analista politico e non di giudice internazionale. In entrambi i casi Herr Mehlis continuerà a essere il giudice più famoso e senza pari nel campo del diritto penale internazionale. Uno come Sherlock Holmes per i delitti di persone, senza pipa e cappello, che però è riuscito a smuovere molta polvere.
Trad. Chiara Comito