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Dal Papa a Nasrallah

Abd al Rahman al Rashed
Asharq al-awsat 
26 sett 2006

Guardatevi intorno: il mondo è travolto da un caos schiamazzante fatto di rivalità e scontri religiosi. Il Papa cita un discorso persiano contro l'Islam vecchio di 5 secoli, lo sceicco al Qardawi crede che gli Sciiti costituiscano un pericolo, e Nasrallah (il leader di Hezbollah)annuncia la vittoria di Dio nella sua guerra contro il nemico. L'Iraq che chiama alla preghiera tutti i giorni vede versare il sangue vicino alle moschee, i mercati e le scuole. Al Qaeda da anni continua a leggere i comunicati delle sue battaglie e i suoi appelli all'Islam.

La regione non è cambiata molto, ma sono cambiati i nomi, le immagini e i simboli. I seguaci di Marx e Lenin ormai se ne sono andati mentre i discendenti di Adam Smith sono stati ridotti al silenzio. Nasser,Haddad e Habbash sono spariti e dopo di loro il fumo dell'incenso si è mescolato al fumo della polvere da sparo. I sermoni di una religione si sono scontrati con quelli delle altre: cristiani contro musulmani, sunniti contro sciiti e salafiti contro jihadisti.

Lo sceicco al Qardawi mette in guardia contro la penetrazione degli sciiti, il nuovo Papa vede nell'Islam solo la spada, i capi degli sciiti replicano ad al Qardawi e questo invoca dimostrazioni di massa di venerdì contro il Sommo Pontefice che rifiuta di scusarsi. Il capo di Hezbollah sfida lo sceicco annunciando una manifestazione per la vittoria di Dio contro la maggioranza e il governo di Siniora nello stesso giorno. L'appello di al-Qardawi ha avuto come conseguenza solo un pugno di singoli in Giordania che ha seguito la preghiera del venerdì, mentre in Libano la maggioranza è rimasta a casa a guardare le manifestazioni.
Nel frattempo, le rivalità locali tra capi religiosi e capi politici sono continuate.

Come cambia la situazione da un luogo a un altro?

Si muove per familiarità: è accaduto agli americani in Afghanistan che hanno trascorso anni in compagnia di quella che in seguito avrebbero conosciuto con il nome di al Qaeda e le cui frecce avrebbero poi  colpito New York. Le stesse armi hanno raggiunto di nuovo i russi nell'Asia centrale e le ex Repubbliche Sovietiche. Infine sono tornate in Medio Oriente alle stesse tombe e alle stesse case religiose che li avevano allevati nella convinzione che fossero le loro armi fedeli. Le stesse tragedie hanno colpito anche il Sudan dove lo sceicco al Turabi ha fatto in modo di far arrivare l'esercito al potere. Lo stesso potere che poi gli si è rivoltato contro attraverso una legge islamica che lo costringe tuttora agli arresti domiciliari. Stessa situazione a Baghdad: qui gli scontri si svolgono fra Sadristi e sunniti estremisti che fino a un mese fa erano alleati contro il governo e gli americani. Le moschee sono diventate trappole per uccidere in base all'identità personale.

Dopo tutto questo, noi dove stiamo andando? Una grande quantità di energia è stata accumulata da tutte queste discordie e poco invece dall'intelligenza dei capi politici dotati di accortezza e nessuno sa quanta ne sia stata consumata e quanta invece sia rimasta. A noi sembra che davanti la strada sia ancora lunga. I generali di queste guerre sono dei vecchi, mentre l'esercito è giovane. La differenza, oggi è che il buon senso non ha nulla a che fare con l'età anagrafica.
Ho letto un articolo pubblicato su "An-nahar" in cui l'autrice spiegava come la gioventù libanese ha come obbiettivo l'emigrazione, che è vista come l'unica soluzione. I giovani si sentono come uccelli selvatici che cercano di fuggire e lasciare questo paese abitato da folli.

Il nocciolo della nostra crisi sta in una delle sue cause: i fondamentalisti. Ma la soluzione si nasconde anche nelle mani degli uomini di religione: finché i predicatori della pace non si metteranno alla guida del loro popolo mettendolo in guardia della rotture confessionali, questi si troveranno  sempre di fronte a guerre contro gli infedeli, numerose e ramificate fra di loro: Cristianesimo contro Islam, Sciismo contro Sunnismo, Salafismo contro Sufismo e così via, in un crescendo che non ha fine.
Trad. Chiara Comito

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