Crisi di Fatah e dei palestinesi
Maher 'Uthman
Asharq al-Awsat
06/01/2006
La crisi che imperversa attualmente sul movimento di liberazione nazionale palestinese Fath è considerata la più pesante della sua storia, una storia che lo ha visto alla guida della lotta politica e armata del popolo palestinese dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso. La crisi consiste fondamentalmente nelle frizioni tra la cosiddetta vecchia guardia, costituita per la maggior parte da membri della commissione centrale e del consiglio rivoluzionario del movimento, e la nuova classe dirigente che incentra molti dei suoi ideali nella figura del prigioniero Marwan al-Barghouti; di questa situazione sembrano voler approfittare alcuni che aspirano a un posto nell'assemblea legislativa e alla possibilità di essere alla guida, o di partecipare al governo, del futuro stato palestinese.
La maggior parte dei membri della nuova generazione del Fath sono nati nei territori occupati; è naturale che le classi dirigenti si rinnovino e che i giovani aspirino alle posizioni di guida che ritengono di meritare per i sacrifici che hanno compiuto e perchè hanno dimostrato di esserne all'altezza.
L'accusa nei confronti di alcuni dei membri della vecchia guardia è di corruzione, anche se tra i loro errori più gravi c'è sicuramente il non considerarsi responsabili di ciò che accade oggi nella lotta con Israele: è vero il contrario, essendo stati loro stessi a gettarsi in una tenace battaglia militare e politica lunga decenni. È comunque sbagliato ammettere che la nuova generazione sia la più appropriata a servire gli interessi nazionali palestinesi, che consistono nella costruzione sui territori occupati da Israele nella guerra del 1967 di uno stato indipendente e geograficamente unito con capitale a Gerusalemme; non è un segreto, infatti, che anche alcuni di loro siano stati colpiti dalle accuse degli abitanti dei territori occupati e delle colonie, alcune delle quali sono state accuse di corruzione e di mancato interesse per la causa palestinese, pericolo grave per qualsiasi movimento di liberazione nazionale.
Il Fath ha ricevuto la sua organizzazione dal defunto raís Yasser 'Arafat ma poi, stando al potere e dovendo fronteggiare le continue crisi tra Palestina e Israele nate dalla firma degli accordi di Oslo, non è riuscito a condurre un'analisi accurata del suo stato attraverso accordi generali che avrebbero dovuto rivelare quali erano le correnti all'interno del movimento, attuare le opportune modifiche, far sí che rimanesse un ponte stabile tra la vecchia e la nuova generazione, prendere decisioni e fare programmi per i prossimi anni. Forse la mancanza di un'accordo generale all'interno del movimento è l'errore più grave di cui si sta pagando il prezzo, ed è un prezzo salato che si consiste nel reale rischio di perdere il monopolio al potere nel momento in cui appariranno i risultati delle elezioni legislative stabilite per il 25 di questo mese.
Ciò che succede nel Fath non nasce al suo interno, è la formazione del prossimo governo che influisce: analizzando i risultati dei sondaggi, il 35% degli elettori voteranno il candidato del Fath, mentre il 31% voterà il candidato di Hamas; questo significa che la popolarità di quest'ultimo è in salita rispetto al Fath. Ma la partecipazione di Hamas al prossimo governo e la vittoria da parte sua di un gran numero di seggi nell'assemblea legislativa costituirebbe un pretesto sia per Israele che per gli Stati Uniti per sostenere l'attuazione di una road map che esigerebbe il disarmo del movimento e il riconoscimento di Israele.
Israele prospetta molti scenari legati alla vittoria di Hamas e si prepara a fronteggiarli. Il Fath, Hamas e gli altri gruppi convengono sulla necessità di incontrarsi per studiare le possibilità e per accordarsi prima che vengano tutti sorpresi dai risultati delle elezioni.
Trad. Cecilia Fazioli