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Cent'anni di elezioni
Asharq al-Awsat
17 febbraio 2007
Abd ar-Rahman ar-Rashid
Non c'è da stupirsi se la nostra regione (ndt. nostra, araba) richiederà una politica di almeno altri cento anni di rettifiche e revisioni. Questo non significa che i progetti di costruzione e di riforma verranno frenati, bisogna però non accelerare i tempi perchè si tratta di una questione culturale lenta e non di una semplice equazione matematica.
I risultati delle elezioni registrati in tutto il mondo arabo confermano questa ipotesi: fondamentalmente ha vinto chi era contro le elezioni, contro la pluralità e la libertà delle opinioni, contro il progresso. A meno che non si ritorni all'ordine tradizionale in cui pochi pensavano e decidevano per tutti, è ormai sancita la disfatta della moderazione: un fallimento in ogni caso.
La pratica della manipolazione delle prefernze espresse dalla società era già presente in Algeria quando, durante le elezioni, il potere militare si intromise interrompendole prima della loro conclusione, quando il risultato era a favore di un partito fondamentalmente contrario all'avvicendamento al potere e apertamente antidemocratico. Nel successivo periodo non si è svolta nessuna elezione araba che avesse un "risultato rappresentativo". Ci sarà sicuramente chi non è d'accordo con questa analisi ma ciò che mi preme sottolineare non è una pratica che vada a svantaggio di qualche ala di qualche partito tradizionalista, nazionalista o di sinistra: si sta mettendo in atto una distorsione della percezione del vincitore nei confronti dei suoi doveri e della stessa legalità delle elezioni. Furono i discorsi che un leader come Ali Balhaj pronunciò a quell'epoca in Algeria, che minacciavano il rifiuto dell'avvicendamento e insistevano sul fatto che il suo partito rappresentasse da solo la verità e l'unica scelta, furono soprattutto quelli a far fallire il piano del multipartitismo, e non soltanto le agitazioni dell'esercito o la paura da parte del partito di liberazione di perdere i suoi interessi. Questo è vero anche per un partito che vanta una maggiore astuzia politica come Hamas, salito al potere grazie a un allargamento dello spazio di partecipazione politica palestinese, e che, dopo aver vinto, ha dato un calcio all'ordinamento da cui veniva fuori. Sarebbe stato più opportuno che Hamas, decidendo di partecipare alle elezioni, cogliesse l'occasione e ne pagasse il prezzo, altrimenti avrebbe fatto meglio a rimanere fuori da un ordinamento politico a cui è contrario.
Ci sono poi Stati come il Kuwait, dove il malessere deriva direttamente dall'incapacità costituzionale di difendere i diritti umani e dalla stessa presenza di un ordinamento apartitico che prevede la nomina di due soli candidati. Nel frattempo chi sta il governo continua a giocare a favore della frantumazione parlamentare e a rovinare ogni risultato derivante da anni di sforzi.
L'Iraq rappresenta invece il peggior esempio di un ordinamento costituzionale e parlamentare sviluppato che a causa delle sue profonde spaccature contribuisce a dividere il paese anziché a unirlo. Guardando la situazione disastrosa di quello Stato non riusciamo a trovare nessun'altra soluzione se non quella dell'attuale ordinamento elettivo e delle rettifiche gettate sulla sua costituzione per assicurare maggiore stabilità e sicurezza. Anche se tutte le parti accettassero un accordo sulle rettifiche, bisognerebbe comunque affrontare la situazione culturale dominante, settaria e ricca di problemi, tutto questo fino a quando l'esperimento non raggiungerà la sua maturità. La domanda è: quando? Forse altri trent'anni o forse cento. Le fondamenta ci sono e la strada è segnata: anche se a piccoli passi la regione inizierà lentamente a trovare le giuste soluzioni.
Trad. Cecilia Fazioli