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A Clichy-sous-Bois, quartiere di Parigi, più dell'ottanta per cento degli abitanti sono immigrati musulmani in prevalenza arabi e africani. In altre zone della città gli stranieri oscillano dal trenta al sessanta per cento. Il tasso di disoccupazione in queste aree è di circa il trenta per cento, mentre i giovani in cerca di lavoro raggiungono il sessanta per cento.
Nelle aree periferiche, costruite negli anni cinquanta su imitazione delle abitazioni sovietiche dell'epoca stalinista, le persone vivono in condizioni misere, a volte per più di una generazione abitano in appartamenti molto piccoli e vedono la "vera vita francese" soltanto in tv. I francesi si vantavano del successo della loro politica di "assimilazione", che doveva far diventare gli immigrati appartenenti a qualsiasi background sociale in "veri francesi" in poco più di una generazione.
Questo tipo di assimilazione poteva funzionare fino a quando gli immigrati nel paese arrivavano in piccoli numeri e potevano quindi integrarsi più facilmente. Ma oggi, l'assimilazione risulta impossibile quando nelle scuole di queste aree periferiche meno del venti per cento sono di origine francese. Inoltre, più il numero di immigrati e dei loro discendenti aumenta in un'area e più le persone di origine francese si trasferiscono in zone "più calme".
Di conseguenza l'assimilazione diventa più complicata. In alcune zone è pertanto possibile trascorrere l'intera vita senza parlare in francese e senza familiarizzare con alcun aspetto della cultura del paese. Il risultato è spesso l'alienazione. Questo offre l'opportunità ai fondamentalisti islamici di strumentalizzare la situazione e propagare il loro messaggio religioso-integralista e di apartheid culturale. Alcuni fondamentalisti chiedono anche ai musulmani delle aree in cui formano una maggioranza di organizzarsi sulla base del sistema "millet" in uso sotto l'impero ottomano, che prevede che ogni gruppo religioso abbia il diritto di organizzarsi socialmente, culturalmente secondo il proprio credo.


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